"Tenere alta la vigilanza, soprattutto con la preghiera, perché l’esito del rapimento sia positivo". Esprime una certa preoccupazione padre Giuseppe Pierantoni pensando a padre Giancarlo Bossi, da 38 giorni in mano ai sequestratori nelle Filippine. Stretto è il legame che unisce i due religiosi: padre Pierantoni, missionario dehoniano nelle Filippine, il 17 ottobre 2001 venne rapito da un gruppo di guerriglieri islamici, che lo tennero prigioniero per 172 giorni. "La situazione può volgere al peggio in caso di un intervento violento dell’esercito", spiega il religioso, secondo il quale i rapitori suoi e di padre Bossi appartengono al medesimo gruppo. "Il rapimento a mio avviso prosegue non è per odio alla religione o al missionario, ma a scopo di estorsione. Vi è tuttavia una sorta di legame mafioso tra il gruppo che l’ha rapito ed esponenti di altre forze". Ripensando al suo sequestro, padre Pierantoni ricorda quale sia il desiderio più ricorrente: "Non essere ‘tagliati fuori’, sentire che le persone si stanno muovendo. Penso alla preghiera che fece il papa a Natale, invocando la mia liberazione, e a un appello della mia famiglia che ebbe eco sui media locali". Come quello di Papa Benedetto XVI che ha detto di pensare ogni giorno al missionario rapito, "sono gesti che danno un forte incoraggiamento".