RAI: NOTA SIR

Pubblichiamo la nota SIR in merito al dibattito in corso sul futuro della Rai.

Da sempre le vicende della Rai periodizzano la nostra storia politica. L’azienda è espressione degli equilibri, dei conflitti, delle complesse vicende del sistema politico. Così puntualmente è avvenuto in questi giorni ed è anche arrivata la proposta di una nuova riforma della governance aziendale, che si intreccia con il difficile iter parlamentare della nuova legge sull’assetto del sistema radiotelevisivo. Ma non c’è solo questo, il valzer delle nomine, la lottizzazione dei dirigenti, gli appetiti o le nevrosi delle forze politiche, la Rai cioè come specchio tutto sommato fedele della politica. C’è una seconda faccia della stessa medaglia, la realtà della Rai come una grande industria culturale, ancora forse la prima industria culturale del Paese. C’è insomma il senso di una responsabilità che resta quella di un servizio pubblico. Si tratta di una nozione antica che, tuttavia, anche in un sistema di concorrenza commerciale gioca un ruolo fondamentale. Perché oggi è urgente cercare di dire qualcosa di nuovo. Anche se è difficile, molto difficile. Si è provato ad esorcizzare questa difficoltà, per quanto riguarda la televisione, con la moltiplicazione dell’offerta. Oggi è concretamente possibile uno zapping infinito e come tale, almeno in linea teorica, capace di saturare, per così dire, la richiesta di novità. Un’altra linea di risposta è stata quella di alzare il volume, il volume degli spot che interrompono i programmi, fino a una soglia ormai intollerabile, ma anche il volume del discorso, rendendolo sempre più strillato. Questo vale in particolare per l’informazione, la "notiziabilità". Il risultato è la produzione di ansia, di nevrosi e, dal punto di vista del risultato "politico", di opposizione. Un’informazione strillata, una ricerca spasmodica della notizia, la creazione della stessa notizia per contrapposizione, per opposizione, genera nei telespettatori una situazione di protesta, un pre-giudizio negativo, per cui, in fin dei conti, tutto sia sbagliato, tutto da rifare, come ammoniva il grande Gino Bartali. Nella nuova vesta grafica il Tg1 vuol dare un segno di inversione di tendenza: un nuovo tema musicale, più "amichevole", meno gridato. Un segnale non è tutto ma, in attesa di altro, merita di essere sottolineato. La commistione tra informazione e spettacolo non ha portato da nessuna parte. Non si tratta di ritornare indietro, ma di cercare di andare insieme in profondità, laddove la notizia incontra la realtà della vita, delle idee e delle persone, in carne e ossa.