Il direttore della Migrantes ha ricordato come i giovani migranti siano una risorsa su più piani: demografico, economico-lavorativo, ma "pure sul piano dell’integrazione" e "per il dialogo fra culture diverse", poiché è "più agile, direi più spontaneo e quotidiano il rapporto fra italiani e stranieri sui banchi della scuola, nel campo sportivo, sulla strada". Tuttavia, "non dobbiamo attenderci che siano migliori, più dotati e carichi di vitalità dei giovani italiani". Anch’ essi, come i nostri giovani, hanno fragilità e limiti, "ne condividono anche i lati deboli e i condizionamenti, sono figli del nostro tempo, portati ad adeguarsi all’andazzo della moda corrente, ad assimilare acriticamente quanto questa società dei consumi e del materialismo, delle seduzioni di un facile benessere offre a piene mani". In più, vi è "un altro bagaglio piuttosto pesante" proprio "della loro specifica condizione". "Essere in parte italiano in parte straniero", ha evidenziato Saviola, "può comportare, soprattutto nell’età evolutiva, disagio interiore, scontentezza, sofferenza". Dunque, essi costituiscono anche una provocazione, che fa appello alla "responsabilità della società anche ecclesiale". Perciò, ha ribadito Saviola rivolto ai singoli, alle istituzioni e alle "forze sociali ed ecclesiali", "stare vicino ai giovani migranti è un compito nobile ed esaltante, ma altrettanto impegnativo e gravoso".