Un appello particolare Moro l’ha rivolto all’Italia: "Vorremmo che il nostro Paese sia più autorevole ed esigente nelle sedi internazionali ha auspicato -, purtroppo questo contraddice con la riduzione degli aiuti allo sviluppo allo 0,15% del Pil, che è il minimo storico, ben lontano dall’1% che il governo aveva promesso durante l’ultimo vertice della Fao. Comprendiamo le esigenze di bilancio ma questo nega credibilità ai percorsi politici ed è per noi estremamente preoccupante". Moro ha invitato inoltre a mettere in piedi iniziative di monitoraggio delle operazioni di cancellazione del debito per "avere la certezza che i soldi vengano usati per finanziare lo sviluppo e non finiscano invece nelle mani di governanti corrotti". L’auspicio è che ogni Paese giunga ad avere "una capacità di autofinanziamento". Al termine dell’esperienza di sette anni di lavoro con la Fondazione, Moro ha messo in evidenza i frutti positivi dell’esperienza, nata dall’idea di "giustizia come costruzione di relazioni". Non ne ha nascosto le fatiche, tra cui la difficoltà di "trovare un equilibrio giusto tra laicato e gerarchie, equilibrio che va costruito giorno dopo giorno".