Cento giorni dopo il conflitto di agosto, oltre 20.000 profughi di etnia georgiana non possono ancora rientrare nelle loro case nell’Ossezia del Sud, mentre molte altre persone su entrambi i lati del conflitto, una volta riuscite a tornare, hanno trovato le loro abitazioni distrutte. E’ la denuncia contenuta nel rapporto odierno di Amnesty international sul conflitto tra Georgia e Russia. Tra il 7 e il 13 agosto, villaggi e centri abitati sono stati infatti attaccati e bombardati, con il numero delle vittime civili "significativamente superiore a quello dei militari". Il conflitto aveva provocato la fuga di 200.000 persone. Attualmente, dichiara Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty, "lungo il confine de facto tra Ossezia del Sud e il resto della Georgia si è creata una nuova zona d’ombra, in cui le persone continuano a vagare a loro rischio e pericolo e dalla quale, nelle ultime settimane, sono pervenute notizie di saccheggi, sparatorie, attentati e sequestri". E’ perciò necessario consentire l’accesso agli osservatori internazionali e intensificare "gli sforzi per garantire il ritorno sicuro e senza discriminazione dei profughi". Amnesty sollecita Georgia e Russia "a richiedere un’indagine da parte della Commissione internazionale di accertamento dei fatti e di replicare pubblicamente alle sue conclusioni".