Per Ohering, membro di questa delegazione, l’esito non è stato soddisfacente: "Siamo stati invitati a rivolgerci ai governi e parlamenti nazionali, ma noi siamo convinti che l’iniziativa debba partire da Bruxelles; l’emergenza rifugiati deve essere una preoccupazione comune, da condividere e affrontare poi singolarmente nei diversi Paesi". È chiaro, spiega ancora, "che queste persone non potranno più ritornare in Iraq, ma non possono neppure rimanere nei Paesi dove attualmente si trovano (soprattutto Siria, Giordania, Turchia) perché anche lì subiscono continue minacce dai compatrioti iracheni". "Un crimine contro l’umanità di fronte al quale troppe persone stanno a guardare senza intervenire": così definisce al SIR la guerra e gli atti di violenza perpetrati in Iraq suor Marie-Claude Naddaf, superiora della Comunità delle sorelle del Buon pastore a Damasco, che si occupa di circa 1.500 rifugiati cristiani e di altre religioni. Di qui la richiesta "alle istituzioni europee di un gesto di responsabilità e di un atto di solidarietà". "Noi spiega suor Naddaf offriamo accoglienza e assistenza a famiglie con bambini. Le donne e i piccoli sono particolarmente vulnerabili: traumatizzati dalla violenza, spesso con handicap o malattie. Hanno bisogno di sostegno umano e psicologico". In Siria vivono attualmente circa 1 milione e 400mila profughi iracheni, ma il Paese non ha firmato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati. (segue)