In realtà, chiarisce il card. Bertone, "visto che non vi è modo di determinare ciò che è bene e ciò che è male, bisognerebbe concludere che tutti i comportamenti sono ugualmente validi. Il senso comune si ribella a questa conclusione, a cui, tuttavia, si giunge necessariamente dalle premesse da cui si parte". La logica di questo dinamismo porta a quella che Benedetto XVI ha chiamato "la dittatura del relativismo. Vale a dire, dinanzi all’impossibilità di stabilire norme comuni, con validità universale per tutti, l’unico criterio che resta per determinare ciò che è bene e ciò che è male è l’uso della forza, sia essa quella dei voti, sia della propaganda o delle armi e della coazione". Si capisce che "a partire da questi presupposti, risulterebbe impossibile costruire o mantenere la vita sociale". Perciò, "la sussistenza stessa della comunità umana" dipende dalla "linea di demarcazione fra il bene e il male. Senza tale distinzione non resta altra alternativa del regno dell’arbitrarietà". È necessario, quindi, "sovvertire l’assioma del relativismo etico e postulare con forza l’esistenza di un ordine di verità che trascende i condizionamenti personali, culturali e storici e che ha una validità permanente. Questo ordine è quello che la filosofia chiama legge naturale", cioè "un diritto che procede dalla natura stessa, dall’essere proprio dell’uomo". (segue)