"Non abbiamo parole diverse da quelle che tutti, di fronte a due piccole bare bianche, hanno mormorato in cuor loro o gridato ad alta voce con sdegno. Dolore, delusione, rammarico, rabbia. Il tutto confuso in un senso di angosciosa umiliazione, impotenza e vergogna. Molti perché si sono levati e sono ancora di fronte alla coscienza di tutti". È quanto scrive Elio Bromuri, direttore del settimanale cattolico d’informazione dell’Umbria (La Voce), che dedica l’editoriale del numero in uscita del giornale al ritrovamento dei corpi di Francesco e Salvatore Pappalardi, scomparsi il 5 giugno 2006, in fondo ad una cisterna nel centro di Gravina. "I due corpicini riflette Bromuri erano rannicchiati su se stessi in posizione fetale, a poca distanza l’uno dall’altro, il piccolo con un dito in bocca. Sarebbero morti di fame e di freddo. Chi è abituato a frequentare la Bibbia non può evitare di incontrare nella memoria la cisterna vuota in cui fu rinchiuso, per gelosia dai suoi fratelli, Giuseppe, il figlio più piccolo di Giacobbe". La sorte di Giuseppe, ricorda Bromuri, "fu fortunata perché fu tratto in salvo e venduto ad una carovana di egiziani. Questa volta, vicino alla cisterna di Gravina, non è passato nessuno. In un Paese in cui tutti conoscono i segreti della società, non c’è stato nessuno che abbia avuto l’idea di cercare in quel complesso abbandonato". (segue)