Per Di Pietro si tratta di "una pressione inopportuna nei confronti di un esercizio di un diritto che spesso è una falsa richiesta di autonomia e autodeterminazione della donna, o nasconde solitudine e povertà di diverso tipo. Sappiamo infatti spiega – che la maggior parte di queste richieste proviene da persone in condizioni di difficoltà economiche o che subiscono pressioni da parte di una società che non accetta chi è disabile o portatore di qualche patologia". Spesso, insomma, "la donna si sente quasi condizionata ad operare determinate scelte che, perché non libere, scelte in realtà non sono". "Più che pensare di legittimare tutto questo e di imporlo anche negli Stati nei quali ancora non è stata prevista una legge in materia", per l’esperta occorrerebbe " porsi una domanda sul problema principale, e cioè per quale motivo una donna ricorra all’aborto, e per quale motivo non si faccia nulla per ridurre al massimo questa tragedia mettendo sempre più donne nelle condizioni di poter vivere in pieno il proprio progetto di maternità e, soprattutto, consentendo a tanti esseri umani in fase embrionale di continuare nel loro sviluppo". (segue)