prosegue Beccegato non ci preoccupa tanto la produzione di beni alimentari o i consumi, entrambi aumentati, quanto la diminuzione delle scorte. Se si erodono le scorte si rischia il dramma di fronte alle emergenze. Quelli che dipendono dagli aiuti umanitari corrono davvero il rischio di morte per fame". A suo avviso servono quindi "degli aiuti immediati, a livello economico o di derrate, e politiche di sovranità alimentare e di sviluppo sul medio e lungo periodo. Diminuire quindi i prezzi e aumentare le disponibilità, facendo attenzione perché se le scorte continuano a diminuire bisognerà reintegrarle. Quindi più colture dedicate all’alimentazione di base per i poveri, senza però invadere i mercati di sementi ogm con espansionismi commerciali e produttivi che creano dipendenze con i Paesi più ricchi". Se gran parte della mancanza di cibo è dovuta alla riconversione di molte coltivazioni, ad esempio di mais, per produrre biocombustibili, questo non significa, secondo Beccegato, "che è sbagliato investire sulle rinnovabili: La situazione va vista Stato per Stato. Perché alcuni hanno mantenuto le coltivazioni per l’alimentazione. Quelli che hanno esagerato nel riconvertire o destinare le produzioni ai biocombustibili devono andare più gradualmente in quella direzione".