In sostanza i promotori del Cantiere Welfare dicono "no" "ad un ruolo subalterno del Terzo settore, spesso escluso dal tavolo delle politiche, salvo essere poi chiamato ad offrire opera di supplenza istituzionale nei casi di emergenza nazionale". "No" a rivestire solo la funzione di "ammortizzatore sociale" delle suddette emergenze. "No" alla "logica del trasferimento monetario come unica soluzione alla cronica carenza dei servizi di welfare" che rischia di "riversare sulle famiglie il peso di una vera integrazione dei soggetti portatori di disagio" e "lasciare fuori dagli interventi le soggettività più deboli (senza casa, carcerati, extracomunitari, donne maltrattate". Le organizzazioni chiedono invece "l’avvio di una grande stagione di formazione per chi opera nel sociale". La formazione, ha detto don Colmegna, "è la vera grande necessità di quest’epoca": "Occorre avviare un grande processo educativo di una nuova classe dirigente del sociale, che sia giovane, colta, appassionata, in grado di trarre insegnamento dagli errori dei padri". "Abbiamo bisogno di rilanciare la speranza ha affermato Babolin -. La speranza che la lotta alla povertà è possibile, che le risorse ci sono, che solo politiche di inclusione, di riconoscimento dei diritti negati, di accettazione incondizionata delle diversità possono produrre benessere sociale, tranquillità, fiducia nelle istituzioni e tra la gente".