Ciò significa che, da una parte le opere di carità “non sono state strumento di proselitismo, rispondendo così ad una richiesta esplicita di Paolo VI e ribadita da Benedetto XVI”, dall’altra hanno avuto “una capacità testimoniale debole, nonostante una precisa identità” e una certa “debolezza educativa”. Nell’appello alla “conversione” delle opere di carità don Perego ha richiamato alcune regole indicate da Benedetto XVI nelle encicliche: “libertà della persona”; “riforma permanente delle strutture”; “valore e priorità dell’amore”; “necessaria responsabilità dell’altro”. Una “buona” opera di carità deve quindi “educare”, essere “segno” e “cuore” e diventare per la comunità “un laboratorio per sperimentare aspetti autentici della fede”. La preferenza della Chiesa per i poveri ricorda però che “non esiste una buona organizzazione della comunità senza un’opera di carità”.