In più, nell’azione quotidiana “di grande contenimento del disagio sociale e della violenza”, ha precisato mons. Nozza, “gli operatori Caritas si sentono addirittura contestati, perfino nella stessa comunità cristiana. Questo crea ancora più difficoltà tra chi fa già fatica ad accompagnare il disagio delle persone”. Senza contare che, “se prima dovevamo rispondere ai bisogni di singole persone emarginate, ora, con l’impoverimento del ceto medio, ci contattano persone e famiglie che non hanno particolari tratti di disagio se non le scarse possibilità economiche. Per loro non è facile avvicinarsi a servizi come mense o pacchi alimentari pensati per chi è allo sbando. Chiedere alle Chiese e alla Caritas di rispondere da sole a questi bisogni non va bene, servono politiche”. Anche perchè, aggiunge, “se le offerte per le emergenze come lo tsunami o il ciclone in Myanmar sono alte, non è lo stesso per le povertà del territorio. E spesso dobbiamo ricorrere all’otto per mille”. Alle opere della carità è richiesto dunque di essere maggiormente “cattedra”, oltre che “risposta” ai bisogni, per fare cultura.