L’alimentazione assistita, come riconosce peraltro la stessa Corte di Cassazione, non è quindi "una forma di accanimento terapeutico". "Il paziente in stato vegetativo non è un vegetale, ma una persona umana", ribadiscono i neurologi, tanto che la stessa Cassazione riconosce che "chi versa in stato vegetativo permanente è persona in senso pieno, che deve essere rispettata e tutelata nei suoi diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita e a alle prestazioni sanitarie". Dal punto di vista neurologico, "il paziente in stato vegetativo non è in morte cerebrale, perché il suo cervello, in maniera più o meno imperfetta, non ha mai smesso di funzionare, respira spontaneamente, continua a produrre ormoni che regolano molte delle sue funzioni, digerisce, assimila i nutrienti. Non è neanche in coma, perché, ha un ciclo relativamente conservato di veglia e di sonno, riesce a muoversi anche se non a camminare o stare in piedi, ed in una qualche misura ha una sua modalità di percezione". "Pur essendo le possibilità di recupero sempre minori con il passare del tempo dall’insulto cerebrale spiegano gli esperti – oggi il concetto di stato vegetativo permanente è da considerarsi superato e sono documentati casi, benché molto rari, di recupero parziale di contatto con il mondo esterno anche a lunghissima distanza di tempo. È pertanto assurdo poter parlare di certezza di irreversibilità".