A vent’anni dalla fine della dittatura comunista, ha notato Riccardi, "la Romania si trova in una condizione nuova e unica nella sua storia: non più l’isola folle di Ceausescu, non più il paese sbattuto tra i marosi di russi, turchi, slavi… può essere se stessa con la sua identità; è in Europa, saldamente ancorata in un panorama politico e istituzionale. Ciò le consente di avere un’identità e di essere parte di un insieme". Ed oggi, ha sottolineato lo storico, abbiamo bisogno "di essere insieme per sopravvivere come economia, lingua, identità" poiché "nel prossimo decennio, la nostra condizione di paesi europei, di taglia media o piccola, si scontrerà sempre più con i giganti asiatici". Per Riccardi "l’Europa è l’incontro tra i popoli, le iniziative, le opportunità" e tra Italia e Romania, in particolare, "ci sono elementi antichi e prossimi che possono costruire un alfabeto utile a parlarci e a farci sentire meno estranei", il primo dei quali "si trova nella lingua neolatina, nella romanità dei romeni". Oggi, ha rammentato, "gli italiani di Romania sono circa tremila ed hanno lo statuto di minoranza e un deputato alla Camera". "Mi sembra che, al di là delle difficoltà, c’è un modello di incontro tra popoli" che "possiamo realizzare, di cui esiste già l’intelaiatura economica e strutturale", ma, ha concluso, "bisogna investire sulla cultura della stima e dell’affinità".