Una "ennesima, tragica prova" del fatto che, "in certi ambienti dello svago e del divertimento giovanile, è ormai normale lo ‘sballo’ con sostanze". Mario Pollo, docente di pedagogia alla Lumsa, commenta in questi termini al Sir la morte della sedicenne di Venezia, dovuta all’assunzione di una pastiglia di ecstasy "sciolta" nell’alcol. Secondo Pollo, il "dato preoccupante" è che "senza la componente dello sballo, il divertimento dei giovani sembra ormai incompiuto": ciò indica "l’introduzione di componenti distruttive nell’esperienza ludica, attraverso la ‘vertigine’ prodotta da sostanze chimiche". Dall’altro lato, spiega il pedagogista, "il fatto che il divertimento non sia compiuto, se non con lo sballo, indica la sete di qualcosa che non si trova all’interno della vita quotidiana: una sete che va oltre i confini della normale percezione, sensazione, esperienza di vita, e che – poiché non viene saziata dalla via propria, che è la ricerca di spiritualità, del mistero, fondamentalmente religiosa – non trovando risposte a queste vie, si accontenta di un succedaneo, fatto essenzialmente di sostanze non controllabili nella loro composizione, e dunque potenzialmente esplosive". L’antidoto, suggerisce Pollo, consiste nel "riscoprire la capacità di divertirsi con poco, che però è direttamente proporzionale alla ricchezza di senso della vita quotidiana".