PAOLO RAVASIN: SETTIMANALE DIOCESI TREVISO, "NON È AFFATTO UNA LOTTA" MA "UNA RESA" (2)

Mazzocato prova "ad allineare alcuni dati di fatto, nel desiderio di chiarirci le idee": "Il primo è l’ingenuità di chi si inventa una battaglia di civiltà per dare la morte. L’uomo è già di per sé inclinato ad eliminare ciò che pesa e produce sofferenza, non serve alcuna battaglia per indurlo a ciò…". Il secondo è che "la persona umana non è il risultato di una serie di potenzialità, per cui, perse queste, non siamo più di fronte alla persona, ma ad un vegetale. Non è questa la nostra esperienza di uomini. L’amore non ha per oggetto le qualità della persona, ma la persona in se stessa". Il terzo dato, prosegue Mazzocato, è che "tra la ribellione alla sofferenza e la volontà di morire c’è una grande distanza. La prima ci è familiare, anche se in gradi diversi. La seconda è un’altra cosa, è un atto del quale l’uomo, di per sé, non è capace. Ad esso è spinto solo per disperazione. Per tale ragione, l’affermazione «voglio morire per non soffrire», fatta a mo’ di testamento, ha un valore molto relativo alle circostanze e allo stato d’animo della persona ed è sospesa al cammino spirituale di una persona e alla sua capacità di sperare". La vita, conclude il teologo, "poggia su una specie di patto. Essa ci ripete: per avermi devi darmi fiducia e devi essere disposto a lottare. Infrangere tale patto comporta un progressivo indebolimento dell’uomo, il quale preferirà togliersela con sempre maggior facilità".