"La lotta per la libertà di morire non è affatto una lotta, ma è esattamente il suo contrario: una resa. Chi lotta per l’eutanasia e cose simili, sta spingendo l’uomo alla resa di fronte alla vita. Sta coltivando la disperazione. Nella resa dell’ammalato tutti noi ci arrendiamo ad una visione disperata della vita". È quanto scrive don Giuseppe Mazzocato, vicepreside della Facoltà teologica del Triveneto, nell’editoriale del numero in uscita della "Vita del Popolo" (settimanale della diocesi di Treviso), riflettendo sulla vicenda di Paolo Ravasin, 48 anni, affetto da sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Immobilizzato da tempo in un letto di una casa di cura a Monastier (Treviso), Ravasin ha affidato a un video, diffuso su Internet, il suo testamento biologico, in cui dichiara la volontà di rifiutare alimentazione e idratazione artificiale nel caso smettesse di mangiare con la bocca. "Si può chiamare liberazione, la morte? È un gesto di amore permetterla?", riflette Mazzocato: "Molti oggi trovano convincente la risposta affermativa a tali domande e alcuni addirittura pensano, a tal proposito, ad una sorta di battaglia per i diritti civili e vedono con fastidio chi ci si oppone. Procurare la morte è da costoro presentato come il più alto gesto di carità, analogamente a quello con cui si restituisce la libertà ad un prigioniero, spezzandone i ceppi". (segue)