Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana.
I tempi di crisi, se si vuole superare la crisi, non possono che essere anche tempi di investimento. Tempi in cui i bilanci devono essere riordinati, le cose inutili tagliate, gli sprechi eliminati, ma bisogna avere il coraggio di destinare risorse, in modo serio, mirato, pianificato, per farle fruttare in futuro, per costruire, nel modo più serio e adeguato, solide basi di sviluppo. Questo vale per le famiglie, e vale a maggior ragione per il bilancio dello Stato e per le prospettive di un sistema-paese come l’Italia, in cui non può non essere cruciale il ruolo del sistema educativo, della cultura della scuola, dell’università e della ricerca. Galli della Loggia, sul "Corriere della Sera" del 22 luglio, invitava la maggioranza di centro destra a farsi carico di queste prospettive, anche se non rientravano tradizionalmente nel suo bacino di voti e di interessi prioritari. Sono ormai passati cinquant’anni, ma se vogliamo rintracciare le linee di un organico sforzo di investimenti coordinati e finalizzati, dobbiamo ritornare al 1958, quando il governo Fanfani, con Moro alla Pubblica Istruzione, varò un "piano decennale per la scuola". Era una prospettiva complessiva, che investiva tutto il sistema, fino all’università: l’idea che la ispirava era che un paese che stava cominciando a crescere tumultuosamente nell’economia dovesse necessariamente dotarsi di un forte ed adeguato sistema formativo. Il piano fu contestato da sinistra (e da destra) e immediatamente bloccato. Nei cinquant’anni successivi abbiamo avuto decine e decine di provvedimenti settoriali, dalla riforma della scuola media unica, alla parziale riforma della scuola superiore e finalmente alla parziale riforma Berlinguer degli studi universitari, che ha avuto il meritorio esito di allungare ulteriormente, dequalificandolo nei fatti, il percorso universitario dei giovani italiani. Senza inseguire le mode o gli interessi a corto respiro è il momento di assumere fino in fondo la questione. C’è prima di tutto un problema di qualità complessiva: gli standard progressivamente si sono livellati al basso e il sistema scuola-università non è più in grado di selezionare, o quanto meno individuare e premiare i migliori, indipendentemente dalla loro provenienza di classe o di ceto. Si tratta di un fatto molto grave, che rende vischiosa la società e brucia talenti ed energie, incentivando quella sensazione di vuoto e di impotenza che appare una delle cifre dominanti della psicologia collettiva. Disincentivato tra gli studenti il merito, i docenti sono stati lasciati a loro stessi. La logica del concorso, pure iscritta nella costituzione, è progressivamente venuta meno, sostituita da cooptazioni sindacal-corporative oppure da un aziendalismo di risulta. Tutto questo ha ormai fatto il suo tempo. A nessuno si chiedono miracoli, ma a tutti si chiede di mettere finalmente mano a questo ed agli altri connessi aspetti di quella che giustamente ormai è, per l’intero paese, l’"emergenza educativa".