"La novità del Vaticano II per lui doveva essere colta nell’alveo dell’immensa ricchezza di insegnamenti racchiusa nei suoi testi" prosegue Vergottini. Da un lato "ritenne che la Chiesa dovesse maturare una più approfondita consapevolezza di sé e della sua missione" per "propiziare quell’aggiornamento delle forme della testimonianza che investono i diversi ambiti della vita pastorale, giuridica e istituzionale". Dall’altro, sottolinea il vicepresidente dei teologi italiani, "in fedeltà al Vaticano II, Paolo VI intese guidare la rotta ecclesiale secondo una «dialettica di autentica sapienza»", confidando "nei germi di vitalità e di carità istillati nella comunità cristiana dallo spirito conciliare". Decisivo il suo contributo sul tema del laicato con una riflessione "a diversi livelli: sul piano istituzionale", della riflessione e "sul piano pastorale" con l’appoggio a "quelle forme di associazionismo che potevano emblematicamente essere proposte per la loro autentica ecclesialità". "Il leitmotiv della lezione di Paolo VI conclude Vergottini riprendendo un pensiero del card. Martini è nell’interiore, personalizzata, e criticamente sofferta assimilazione della cultura moderna fino a permettergli di ritrovare in essa le brecce segrete attraverso cui può aprirsi all’annuncio della fede".