"Paolo VI avvertì l’urgenza di una guida autorevole, di un progetto unitario e di un metodo di lavoro, proprio per favorire un forte impulso ai lavori conciliari. Più ancora, ritenne indispensabile una riarticolazione dei rapporti fra autorità papale e collegialità episcopale" perché "la sua coscienza di successore di Pietro lo sollecitò, in concreto, a svolgere una funzione di sintesi, per pervenire all’unanimità dei consensi". Così Marco Vergottini, vicepresidente dell’Associazione teologica italiana e docente presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, in un’intervista al SIR, sintetizza lo spirito che guidò Paolo VI nella guida della Chiesa nel Concilio. A trent’anni dalla scomparsa di papa Montini (6 agosto 1978), Vergottini ne mette in luce l’invito "ripetutamente rivolto alla maggioranza conciliare di mirare a convincere, anziché a vincere sulla minoranza; l’opera paziente di arbitraggio, di ascolto delle diverse parti e la tessitura di relazioni a margine dell’aula conciliare". Quanto alla ricezione dell’assise, per il teologo, Paolo VI "era avvertito del fatto che occorressero tempi lunghi e una vera conversione di mentalità prima di vedere i frutti dell’aggiornamento conciliare". (segue)