CAUCASO: NOTA SIR

Pubblichiamo la nota Sir sulla situazione in Caucaso e sulla crescente tensione internazionale. Le nubi sul Caucaso non si dissolvono, anzi. La situazione venutasi a creare fra Georgia e Russia – con i territori di Ossezia meridionale e Abkhazia attraversati da truppe, carri armati e decine di migliaia di profughi – tende ad avvitarsi su se stessa e ogni mossa diplomatica di Mosca e Tbilisi complica lo status quo. Dopo il riconoscimento delle repubbliche separatiste da parte del parlamento e del presidente russo Medvedev, il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, ha spiegato: "La decisione del Cremlino complica seriamente tutti gli sforzi del Consiglio di sicurezza per una soluzione negoziata alla crisi e rischia di fomentare il caos nell’intera area". Con lo stesso tono hanno sollevato la propria voce l’Unione europea e la Nato: quest’ultima, in un comunicato firmato da tutti gli Stati dell’Alleanza, ha condannato "la decisione della Federazione Russa di concedere il proprio riconoscimento ai territori georgiani dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia", chiedendole "di revocare la sua decisione". Per discutere del problema è convocato il 1° settembre un Consiglio straordinario dei paesi aderenti all’Ue, i quali si stanno peraltro già muovendo (assieme agli Stati Uniti) per portare aiuti umanitari alle popolazioni vittime del conflitto. Sul tavolo rimane un Risiko pericoloso, potenzialmente esplosivo. La Georgia non è certo immune da scelte errate rispetto alle due regioni che invocano autonomia; la Russia ha sbagliato a usare le armi e a fomentare le intenzioni scissioniste di osseti e abkhazi, ai danni della integrità territoriale georgiana. In Occidente si punta il dito su Mosca, che sembra intenzionata a una prova di forza da ripetere – come già avvenuto in Cecenia – con altre ex repubbliche sovietiche. Ma anche in Europa occorrerebbe un serio esame di coscienza su come è stata affrontata in passato tutta la vicenda balcanica e, di recente, la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Una via d’uscita ancora non emerge, mentre si definiscono alcuni punti fermi nella nuova geopolitica eurasiatica. Anzitutto c’è una Russia sempre più isolata, che ottiene uno stop persino da Pechino e mette in allarme tutti i vicini di casa, intimoriti dagli "artigli dell’orso". Nato e Ue sono per ora compatte e già rivolgono maggiori attenzioni e disponibilità a paesi rimasti fino adesso in stand by (rispettivamente Ucraina e Turchia), quali futuri e preziosi alleati in chiave anti-russa. Nel frattempo si ridisegnano strategie e alleanze nel vecchio continente, non più segnate dalla presenza di "blocchi ideologici" ma da "blocchi di interesse": domani, infatti, la necessità del gas russo potrebbe valere, per l’Europa, ben più della difesa di un paio di aree periferiche della lontana Georgia. Non da ultimo, torna nel nostro vocabolario il termine di "guerra fredda". Forse solo per scongiurarne il fantasma, ma se ne riparla. E così ben si comprende il difetto di memoria storica tipico di questa società globale che non trema più, quanto dovrebbe, dinanzi alla minaccia della guerra. Ancora una volta si alza su tutte la voce del Papa a mettere in guardia dal grave pericolo dell’acuirsi della tensione e a chiedere con fermezza una soluzione di pace e di giustizia. La storia è a dire, purtroppo, le conseguenze di scelte che non hanno tenuto conto di questi moniti. La speranza è che alla parola di Benedetto XVI siano aperte le coscienze di coloro che hanno potere di governo e responsabilità politiche.