"Il rito romano antico non permette equivoci di alcuna sorta: in esso vi è un senso ineguagliabile della trascendenza divina. Esso non è l’unico rito possibile, ma esprime con perfetta chiarezza quell’unica ecclesiologia che può dirsi cattolica e che ogni liturgia deve esprimere". Ad un anno dell’entrata in vigore del Motu Proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI sulla liberalizzazione dell’uso del Messale di San Pio V, riformato da Giovanni XXIII nel 1962, Roberto de Mattei interviene sull’Osservatore Romano di oggi sul significato del rito romano antico e rammenta che "la dimensione rituale" è "costitutiva della nascita e dello sviluppo della società europea e cristiana dei primi secoli" perché "l’Europa nasce anche attorno a una tradizione liturgica". Per de Mattei "questa liturgia gregoriana, espressa dal rito romano antico ci ricorda, attraverso il suo silenzio, le sue genuflessioni, la sua riverenza, l’infinita distanza che separa il cielo dalla terra". "Non si tratta di mettere in competizione il rito antico con la nuova messa, promulgata e autorizzata dagli ultimi Pontefici" conclude, bensì "di comprendere come la restituzione della libertà al rito antico opponga una nuova barriera al secolarismo avanzante".