San Paolo, ha detto Pompili riflettendo sulla "sua identità", appare come "un idealista appassionato, perché ha fatto l’esperienza di un incontro che gli ha cambiato la visione della vita". Per questo, "sente di dovere anche agli altri questa sua scoperta. A pensarci, la comunicazione prima che essere un problema di mezzi è questione di avere qualcosa che ci urge dentro da dover dire a qualcuno altro". Secondo Pompili, "quando manca una nitida identità fatalmente si va a rimorchio di un’informazione dopata. Non possiamo negare che la cosa possa riguardare anche noi, quando perdiamo la «visione» complessiva che dal Vangelo è possibile ricavare". In concreto, "saper «dire qualcosa di cattolico» è oggi come sempre non un limite, ma probabilmente l’unica possibilità di essere interlocutori credibili e presenti nella piazza mediatica". Un’altra caratteristica di San Paolo, ha proseguito Pompili, emerge dal suo "stile che tradisce un singolare mix di stati d’animo e rivela un linguaggio che si adatta alle mutevoli circostanze". Da qui l’importanza di intercettare le "aspettative" dei "lettori della stampa cattolica": questi "non chiedono al giornale solo un aiuto per identificarsi come cattolici e di guidare la loro valutazione dell’attualità, ma anche di seguire ciò che accade nella Chiesa per un’appartenenza più consapevole. Questa esigenza deve essere empaticamente raccolta". (segue)