Per il card. Scola, le scelte dell’allora patriarca "furono dettate dall’amorevole cura del pastore. Egli ebbe in primo luogo a cuore il bene di tutto il popolo di Dio"; pertanto "non esitò ad assumere una posizione decisa ed anche impopolare quando percepì minacciata l’unità della Chiesa" affidatagli. A caratterizzarlo era, per il card. Scola, "un affettivo ed effettivo senso di appartenenza alla Chiesa vissuto con profonda gratitudine" e "un’acuta consapevolezza della natura missionaria del popolo di Dio". Per il patriarca Albino era l’evangelizzazione "il compito prioritario della Chiesa", e ciò richiedeva che essa fosse "particolarmente attenta alla realtà storicamente determinata dell’uomo" e affrontasse "con grande equilibrio" il "rapporto con il potere politico". "La Chiesa deve insegnare, anche con i fatti, che l’autorità civile va rispettata affermava -, ma nello stesso tempo deve denunciarne gli eventuali abusi": queste riflessioni dell’allora patriarca, secondo Scola "sembrano in qualche modo anticipare i contenuti della III Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi del 1974" e "la conseguente, insuperata Esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii Nuntiandi". "Appartenenza ecclesiale e coscienza missionaria ha concluso Scola – vissute come l’esito, non privo di dramma, di due virtù che il Servo di Dio esercitò in modo eccellente: l’umiltà e l’obbedienza".