MONS. BETORI: LEGGE SUL FINE VITA, NO ALL'”AUTODETERMINAZIONE” (2)

Nello stesso tempo, ha proseguito Betori, "cè stato anche un cambiamento nella percezione delle situazione legislativa, ed alcuni procedimenti giudiziari stanno aprendo la strada all’interruzione legalizzata della vita". Di qui "l’opportunità di una legislazione sul fine vita, nella direzione però del ‘favor vitae’, della salvaguardia della vita, non della disponibilità della persona a mettere fine alla propria esistenza, secondo quel principio di autodeterminazione che alcuni vorrebbero prevalente rispetto al principio di indisponibilità della vita". In concreto, per la Cei questo significa "né accanimento, né abbandono terapeutico; attenzione alle volontà del paziente, purché chiare, esplicite, aggiornate, e non presupposte o derivate dallo stile di vita". Ma "queste volontà – ha precisato Betori – sono solo un orientamento, che è competenza del medico valutare in scienza e coscienza, all’interno dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente". Contro la cultura dell’autodeterminazione", dunque, per Betori "occorre dare valore a queste dichiarazioni, purché certe ed esplicite, in modo da combattere la deriva per cui il personale stile di vita viene interpretato per formulare una volontà da parte del paziente". "Nessuna volontà può essere derivata dalli stili di vita di una persona, se questa volontà non viene messa per iscritto e legalizzata", ha affermato Betori. (segue)