Avvento

Diocesi: mons. Pompili (Rieti), lettera pastorale “L’atto di fede” per passare dalle macerie del terremoto alla speranza

Si intitola “L’atto di fede”, ispirandosi all’omonimo quadro di Magritte, la lettera pastorale di monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, diffusa in occasione dell’Avvento. Otto i capitoli: il primo, che ne costituisce anche la premessa, ha come sottotitolo: “Il terremoto ci riguarda tutti”. “Il terremoto non è più una notizia che riguarda altri – esordisce il presule -. Dopo il 24 agosto e il 30 ottobre è una realtà tatuata sulla nostra pelle, memorizzata dalle nostre fibre. Tutti noi abbiamo nelle orecchie, negli occhi e nelle gambe il rombo sinistro di una potenza che smuove e sconvolge” e “viviamo alla giornata, come i malati terminali”. Chi è arrivato a dire che “il terremoto è una punizione divina” dovrebbe “rileggere il libro di Giobbe”, prosegue Pompili. “L’idea di un Dio che premia e punisce in questo modo è infantile”. Tre, allora, le tappe indicate dal presule. Anzitutto “il rifiuto di un’idea retributiva”, quindi “lasciare spazio al dolore” perché “si può essere arrabbiati con Dio”. Infine “credere senza garanzia”, come Giobbe. Il vescovo invita a “custodire la speranza anche di fronte alle macerie. È fare dell’atto del morire un atto di vita, sulle orme di Gesù”.

Il quadro di Magritte che dà il titolo alla lettera pastorale raffigura una porta chiusa dall’interno, ma aperta sul cielo. Fede, spiega Pompili, “è vedere oltre la porta che ci siamo costruiti” per “guardare la vita dalla prospettiva di quella porta sfondata. Pronti a quel salto non garantito che è l’atto di fede adulta”. Ed “è dal legame che si può ripartire”. Non dal “si salvi chi può”, ma “dal salvarsi a vicenda. Attraversando insieme il vuoto, il deserto, le macerie”. Forse allora “scopriremo una volta per tutte la profondità e la radicalità della ‘perfetta letizia’, di cui parla il nostro san Francesco. Non una gioia a buon mercato che seduce e poi abbandona, ma qualcos’altro che nella sua stesura più antica risuona nell’acerba, ma espressiva lingua italiana del Trecento”. Di qui la proposta di leggere il celebre testo dei Fioretti, riportato a conclusione della lettera.