Indagine

Immigrazione: Istituto Toniolo, per il 69,3% dei giovani italiani è “necessaria e urgente un’azione comune dell’Europa”

“Il 69,3% dei giovani italiani è convinto che per affrontare in maniera adeguata i flussi migratori più che le soluzioni nazionali sia necessaria e urgente un’azione comune dell’Unione europea”. È quanto emerge da un’indagine – promossa dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo e realizzata da Ipsos – che è rappresentativa dei giovani tra 18 e 32 anni nei sei Paesi dell’Unione europea più popolosi, inclusa la Gran Bretagna appena uscita. “Per la preoccupazione dell’impatto della crescita dei flussi di arrivo sulle rotte del mediterraneo e le difficoltà di gestione e integrazione culturale – si legge in una nota – i giovani italiani sono quelli che meno considerano efficaci le soluzioni nazionali e più invocano un’azione comune di Bruxelles”. L’indagine è stata condotta nella seconda metà di luglio su un campione di oltre 6mila giovani di Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Spagna e Polonia. Dall’indagine emerge che “i giovani italiani sono preoccupati come i coetanei degli altri Paesi rispetto al rischio insicurezza”, ma più degli altri “vorrebbero un maggior ruolo dell’Unione”. Della stessa idea il 52,1% dei francesi, il 58,2% dei tedeschi e il 57,8% degli spagnoli. Il 55,9% dei giovani polacchi e il 52,6% dei britannici preferiscono soluzioni interne. Rispetto all’immigrazione, i Paesi nei quali si ritiene maggiormente che gli immigrati rendano nel complesso migliore il Paese nel quale vanno a vivere sono Spagna (64,3%) e Regno Unito (60,1%), che presentano i valori maggiori sulla dimensione culturale, mentre Polonia (27,2%) e Italia (31,4%) si trovano su valori bassi sia sull’insicurezza sia sulla propensione al confronto interculturale. “Per l’Italia – si spiega nella nota – sembra soprattutto la dimensione culturale a essere carente nella percezione generale del fenomeno”. Sull’insicurezza sembra infatti esserci “una preoccupazione trasversale nelle varie classi sociali, ma su tutti gli altri aspetti – economici, culturali, istituzionali – la differenza per titolo di studio risulta rilevante”. In sostanza tra i laureati è maggiore la convinzione che “gli immigrati migliorano la vita del Paese dove vanno a vivere” (50,4% contro il 43,1% dei diplomati) e minore quella che “gli immigrati peggiorano l’economia del Paese che li ospita” (38,5% contro il 46,4% dei diplomati). Inoltre, per il 35,9% dei laureati gli immigrati “possono contribuire a rendere migliore il Paese dove vanno a vivere” (29,3% per i diplomati) e, il 65,7% pensa che “la mobilità dei popoli sia una risorsa” contro il 51,7% dei diplomati. Per Alessandro Rosina, docente di demografia all’Università Cattolica di Milano e curatore dell’indagine, “l’atteggiamento positivo potrà aumentare anche nelle classi sociali più basse solo se l’Italia torna a crescere, migliora la condizione lavorativa dei giovani, migliorano le possibilità di offrire vera integrazione e migliorano le competenze interculturali nelle scuole italiane”. “Senza queste condizioni – conclude – il rischio è che per molti giovani l’immigrazione sia considerata solo un fenomeno subito, che crea insicurezza e non migliora nel complesso il Paese”.