Radio Vaticana
“Il rischio dell’aziendalismo lo superi quando sai mantenere davanti agli occhi e al cuore il volto della persona sofferente. Non è un caso che il Papa abbia fatto esplicito riferimento alla parabola evangelica del Buon Samaritano, ricordando come per la Chiesa sia un ‘imperativo categorico quello di non abbandonare mai il malato’”. Lo dice il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana, in un’intervista in esclusiva a Radio Vaticana sul messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale del malato e sul recente messaggio all’Accademia per la vita. A proposito di quest’ultimo, il porporato sottolinea: “Le parole di Papa Francesco si collocano nel solco della sollecitudine della Chiesa nei confronti dell’uomo, sollecitudine che è sempre stata caratterizzata dal contribuire a rendere più umana possibile la condizione del vivente che muore o del morente che vive. Non è sempre facile stabilire a priori un confine netto che distingua il confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia”. Per questo, sottolinea il presidente della Cei, “diventa necessario stabilire a chi spetti prendere decisioni in quei drammatici frangenti, tenendo insieme la volontà del paziente e il rispetto della coscienza e della competenza del medico. Il cuore di questo discernimento riguarda, dunque, la speciale relazione tra malato e medico e la giusta proporzionalità delle cure, che non può e non deve mai dar luogo a quella cultura dello scarto denunciata con forza dal Santo Padre”.
“Il morire – riflette il cardinale – è il luogo nel quale l’essere umano è a contatto con i limiti della propria esistenza: sperimenta la fragilità e il bisogno di affidarsi all’altro, compreso quell’Altro per eccellenza che è il Signore stesso. Questa situazione richiede prossimità di cura e di affetti; fa emergere l’importanza delle cure palliative con cui migliorare la qualità di vita dei pazienti inguaribili”. Nel contempo, “porta a rifiutare terapie sproporzionate rispetto alle condizioni del paziente e alle sue prospettive di miglioramento. Con questo non si tratta certo di rinunciare a quei gesti essenziali come sono il nutrire, l’idratare, il curare l’igiene della persona”. Come Cei, conclude, “ci sta a cuore anche che venga riconosciuta – oltre alla possibilità di obiezione di coscienza del singolo medico – quella che riguarda le nostre strutture sanitarie”.