Ecumenismo
La dichiarazione comune firmata da Papa Francesco e dal Patriarca Kirill a Cuba è “un inizio e non una fine”. Un documento che segna una “tappa, una tappa certamente decisiva, ma che è testimonianza di un certo stadio del nostro cammino verso l’unità”. Lo ha detto il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, intervenendo ieri a Friburgo a una conferenza promossa dall’Istituto di studi ecumenici dell’Università a un anno dall’incontro de L’Avana. “Come tutti gli avvenimento storici – ha detto il cardinale – ci vorrà del tempo perché la Dichiarazione comune possa dare tutti i suoi frutti”. Koch ha quindi delineato per il futuro tre “possibile direzioni” per il cammino del dialogo che emergono dalla Dichiarazione: l’ecumenismo dei santi, l’ecumenismo culturale e l’ecumenismo dell’azione comune. L’ecumenismo dei santi è praticabile grazie alla venerazione che le Chiese ortodossa e cattolica hanno in comune per alcuni santi e “i santi – ha detto Koch – delle nostre Chiese, già uniti in cielo, sono le nostre migliori guide e intercessori per realizzare l’unità tra noi”. C’è poi l’ecumenismo culturale che spinge le due Chiese a una maggiore conoscenza reciproca. Un segno di questo ecumenismo sono le visite reciproche che nell’anno passato delegazioni di giovani preti ortodossi e cattolici hanno fatto a Roma, Mosca e San Pietroburgo; iniziative nel campo dell’arte sacra con concerti congiunti delle corali della Sistina e del Patriarcato di Mosca nonché l’esposizione “Roma Aeterna” organizzata a Mosca.
Infine c’è l’ecumenismo “pratico” e chiama in causa l’impegno comune per le Chiese del Medio Oriente. Rientra in questo dialogo la visita di una delegazione ortodossa-cattolica in Siria, il 6 e 7 aprile scorso, e altre iniziative in cantiere che potrebbero coinvolgere le famiglie e i giovani. Il cardinale ha quindi concluso questa carrellata di vie possibili di dialogo ricordando il documento approvato nel 2016 a Chieti dalla Commissione mista di dialogo su Sinodalità e Primato. “Si tratta – ha detto – del primo documento di questa commissione accettata dalla Chiesa russa dal tempo di Balamand 1993 e mi fa pensare che il fatto che sia stato possibile, proprio nell’anno dell’incontro a L’Avana, non è senza dubbio un caso”.