Pastorale
“Un centinaio di detenuti cristiani, tra loro anche donne e qualche ortodosso, in cinque carceri”. È l’impegno portato avanti dal team – oltre dieci tra sacerdoti, religiosi e religiose e laici – che si occupa di pastorale delle carceri, che opera in seno al Patriarcato Latino di Gerusalemme da metà degli anni ’90, per volere dell’allora patriarca, oggi emerito, Michel Sabbah. “Non si tratta – spiega al Sir il responsabile padre David Neuhaus – di detenuti politici, in quanto ci viene permesso di incontrare solo quelli condannati per crimini comuni che vanno dal traffico di droga all’omicidio e con pene più o meno lunghe”. I detenuti assistiti sono di diverse nazionalità, “arabi cristiani, eritrei, ucraini, russi, filippini, nigeriani, indiani, rumeni, etiopi e latino-americani, soprattutto colombiani arrestati per traffico di droga. In genere nelle nostre visite, che avvengono una volta al mese portiamo un po’ di conforto, parliamo, preghiamo. A Natale e a Pasqua possiamo celebrare la messa. Chi vuole può confessarsi”. “I detenuti – racconta il sacerdote che in questo servizio è coadiuvato da padre Kirill Kozlovsky – sono felici di queste visite, riceviamo sempre una bella accoglienza. Da parte nostra cerchiamo anche di facilitare le visite dei familiari. In alcuni casi siamo un tramite per le famiglie per portare anche aiuto finanziario ai loro congiunti in carcere. Ma accade anche che siano i detenuti a mandare soldi alle famiglie, almeno quelli cui è permesso lavorare in prigione”. Assistere i detenuti cristiani nelle prigioni israeliane ha anche un altro risvolto “molto positivo” ed è legato al dialogo interreligioso. “Il nostro servizio – sottolinea padre Neuhaus – è reso possibile grazie anche alla collaborazione con i rabbini delle varie prigioni. Ci coordiniamo con loro per tutto quello che riguarda le nostre visite. Un lavoro che facilita il dialogo con ebrei ed è molto bello soprattutto perché i rabbini che dirigono il lavoro nelle prigioni sono persone consacrate all’aiuto di questi poveri con un ideale molto simile al nostro. Non si pensa a cristiani e a ebrei ma al bene dei prigionieri”.