Politica
“L’Africa è di nuovo al centro della nostra agenda”. Così il premier Paolo Gentiloni alla conferenza conclusiva del G7 a Taormina ha sottolineato l’importanza dell’incontro con i leader del Kenya, Niger, Nigeria, Tunisia, Etiopia, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, i rappresentanti del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde, della Banca Mondiale Jim Yong Kim e dell’Ocse Angel Gurria. Oltre al capitolo specifico sull’Africa che ribadisce la necessità di contrastare il cambiamento climatico – “una delle cause profonde del fenomeno migratorio”, ha detto Gentiloni – il comunicato finale contiene anche l’accenno alle divergenze che hanno diviso i sei Paesi decisi a mantenere gli impegni sul clima sottoscritti nel 2015 a Parigi e gli Usa che stanno ancora, come recita il testo, “rivedendo le loro politiche” in materia. L’accordo sui fenomeni migratori, ha ribadito Gentiloni, “sottolinea il valore di accoglienza che va al di là dell’Action aid” e pone l’accento sulle “necessità di far fronte alle cause profonde” del fenomeno “fra le quali anche le conseguenze del riscaldamento globale”. I sette leader dei Paesi più industrializzati che oggi rappresentano il 32% del Pil mondiale (15 anni fa era il 65%) avendo discusso della situazione in Siria, Libia e Corea del Nord hanno ribadito l’impegno comune per la pace, e sottoscritto una dichiarazione contro il terrorismo che va contrastato in collaborazione con i Paesi del Medio Oriente e i gestori dei social media. Resta aperta la divergenza tra chi, come gli Usa, vorrebbe tutelare i settori sfavoriti dalla globalizzazione e chi sostiene – come l’Italia – che la difesa del libero commercio non debba necessariamente colpire i settori più deboli aiutati invece da tutele adeguate.