Politica
(Bologna) – “Non possiamo far sì che il fine vita venga a minare quelle che sono delle realtà esistenziali importanti che potrebbero essere prese anche per non degne di essere vissute”. Lo ha affermato oggi pomeriggio Luigi De Nigris, direttore del Centro studi per la ricerca sul coma di Bologna, portando la sua testimonianza ai partecipanti al XIX Convegno nazionale dei direttori diocesani e degli operatori della pastorale della salute in svolgimento a Bologna. De Nigris è il papà di Luca, un bambino morto nel 1998 a cui è dedicata l’associazione “Amici di Luca” e la “Casa dei risvegli” a Bologna. “Si tratta di una struttura pubblica dell’Azienda Usl di Bologna, sostenuta dal Comune – ha spiegato – e che gli ‘Amici di Luca’ hanno contribuito a far nascere”. “Si occupa di persone con esiti di coma, in fase di risveglio o in stato vegetativo”, ha proseguito, aggiungendo che “è strutturata in tanti moduli abitativi dove la famiglia può partecipare ed essere formata, convivendo con la persona cara lungo il percorso di cura che di solito dura dai 6 ai 12 mesi”. De Nigris ha raccontato di come “l’esperienza dimostri che le persone in stato vegetativo affinano un nuovo modo di comunicazione che non è quello verbale o basato sul contatto ma fatto su sguardi, empatie e tanti codici nuovi che fanno dire che la persona c’è”. “Nella ‘Casa dei risvegli’ l’80% delle persone si risveglia dal coma, con disabilità più o meno gravi. A volte si svegliano anche bene”, ha osservato, rilevando che poi “c’è un 20% che non ha risultati apprezzabili. Ma in quei casi c’è comunque la formazione della famiglia, c’è un percorso domiciliare o in altre strutture che l’associazione segue perché è lì che si gioca il dopo, quando la famiglia è chiamata a sostenere questa persona e la società dovrebbe farsi carico dei percorsi di cura e dei diritti di queste persone che non devono essere lasciate sole”. “Prima di parlare di fine vita, che è un problema di libertà di scelta che comprendo e rispetto, c’è un percorso di diritti di vita, di vivere bene anche nella convivenza con la malattia che non può essere utilizzata come scorciatoia”. “Dobbiamo evitare – ha concluso – che si facciano delle scelte immediate, bisogna invece fare sì che quella luce sulla vita nella convivenza con la malattia venga preservata”.