Accoglienza
“Il Papa venne a crismare la comunità, a rafforzarla nella sua conformazione al Cristo povero e crocefisso. La confermò nel suo farsi Samaritano nel Mediterraneo, ad essere porta di speranza in un oceano di disperazione e violenza”. Così don Stefano Nastasi, parroco di Lampedusa dal 2007 al 2013, ricorda la visita di Papa Francesco a Lampedusa, svoltasi l’8 luglio 2013. Fu don Nastasi ad invitare il Papa sull’isola, inviandogli dopo l’elezione una lettera. “A distanza di quattro anni – racconta – ripenso la visita di Papa Francesco a Lampedusa e riaffiora in me l’icona di un incontro né fortuito, né casuale, ma fortemente voluto, atteso, sperato da una comunità paradossalmente centro del Mediterraneo poiché periferia d’Italia e d’Europa”. “L’incontro con il vescovo di Roma – prosegue – in quel preciso contesto spazio-temporale, rimandava a tanta sofferenza: il dolore vissuto e condiviso con l’intera comunità isolana, con i migranti e con tutti gli attori della macchina della prima accoglienza”. “Vidi, e vedo tutt’oggi, in quell’incrocio di sguardi, di parole e di silenzi tra il Santo Padre e la sua gente, il fluire di un unzione, il penetrare nelle fibre più remote della carne di un balsamo che risana, di un olio che ridona forza per nuovi cominciamenti”. “A Lampedusa, il Papa, venuto dagli estremi confini del mondo, ha pronunziato parole di esorcismo sulla globalizzazione dell’indifferenza”. “L’eredità di quel giorno – conclude – sta nel saper tornare a piangere, a versare lacrime, che aprono il cuore alla condivisione di ciò che si è e che si ha”.