Comunione e Liberazione
(dall’inviato a Rimini) – “Quello che ci fa paura nel terrorismo islamico non è la violenza ma il fascino per la morte di chi si immola. Sono persone che amano la morte”. Lo ha affermato questa pomeriggio Olivier Roy, docente dell’Istituto universitario europeo, intervenendo all’incontro “Tra nichilismo e jihadismo: la sfida di ricostruire la civiltà nello spazio pubblico” svoltosi al Meeting di Rimini. “Il fondamentalismo religioso non è niente di nuovo – ha spiegato l’intellettuale francese – ma è nuovo l’attentato suicida in nome della religione”, fenomeno che “si è sviluppato in tutto il mondo dalla fine degli anni ‘90”. Parlando di “radicali globali”, cioè di “quelli che si radicalizzano in Europa e in America”, Roy ha osservato che “possono essere musulmani, ma c’è una percentuale elevata di convertiti che entrano nelle file dell’Isis”. “Circa il 25% dei volontari occidentali – ha proseguito – vanno a fare la jihad in Siria e sono convertiti”. Per tratteggiare i giovani terroristi, Roy si è rifatto a quelli di Francia e Belgio, “le cui caratteristiche sono però analoghe a quelle dei terroristi di Barcellona”. “In maggioranza – ha spiegato – sono giovani di seconda generazione, completamente educati in Europa e che usano lingua madre del Paese europeo in cui vivono”. “La radicalizzazione – ha aggiunto – non corrisponde alla demografia dell’immigrazione”. Inoltre, “la maggioranza dei giovani terroristi non ha una conoscenza religiosa”: tra i giovani attentatori, “nessuno di loro ha avuto un passato di militante religioso o politico, non hanno preso parte ad organizzazioni, non hanno predicato a livello religioso, non hanno mai partecipato a manifestazioni pro-Palestina”. “C’è una sorta di mancanza di integrazione sociale in loro”, ha commentato, rilevando che questo “non vuol dire che non lavorino, siano analfabeti o poveri. Non è una questione di esclusione economica”. I giovani attentatori, “sono tutti immersi nella cultura giovane occidentale contemporanea, nessuno di loro rappresenta una cultura africana od orientale tradizionale”. Roy ha poi rilevato come “dal 1997 tutte le cellule terroristiche in Francia sono state composte da coppie di fratelli. A Barcellona ci sono state 3 coppie di fratelli”. “C’è inoltre una “rottura generazionale. I giovani rimproverano ai genitori di essere cattivi mussulmani e rifiutano l’islam dei genitori”.
Interessante come a tutti i volontari jihadisti “l’organizzazione chieda di far figli e sanno che dovendo commettere un attentato suicida non educheranno i loro figli. Rifiutano l’eredità del passato e rifiutano di lasciare una eredita: questo lo chiamo nichilismo”. “Cancellano la storia”, “rifiutano la cultura, qualsiasi tipo di cultura, anche musulmana”, ha aggiunto. “L’elemento principale della loro azione è che tutti muoiono, dal 1997/2000 quasi tutti si uccidono o si fanno uccidere. Non hanno mai un ‘piano b’ per scappare”. “La morte – ha rilevato – è al cuore del loro progetto”. Roy ha poi evidenziato “il legame tra nichilismo e deculturazione del religioso, cioè la lontananza tra religione e cultura che arriva ai punti massimi nei giovani radicalisti islamici. È un fenomeno contemporaneo e credo sia molto importante capirlo”. “Per lottare contro questo nichilismo”, secondo Roy, bisogna “non lasciare la religione nelle mani dei radicali e offrire uno spazio di spiritualità all’interno di una società profondamente laicizzata”. L’intellettuale ha concluso affermando che “è assurdo riformare l’islam. I radicali non sono persone che hanno sbagliato nella lettura del Corano ma sono persone che nel Corano hanno trovato quello che cercavano. I radicali vogliono il radicalismo”.