Protesta
(da Washington) Ci sono i nomi delle vittime di Sandy Hook, c’è chi si chiede se sarà la prossima vittima, c’è chi mostra una foto di un giovane afroamericano disarmato, “enough” – ne abbiamo abbastanza, “act now” – agiamo ora, proteggere i piccoli non le armi: i cartelli della “Marcia per le nostre vite” a Washington dettano l’agenda politica del Congresso. Ci sono famiglie con bambini, ci sono giovani e anziani, ci sono insegnanti e poi ci sono loro: gli studenti. “Benvenuti nella rivoluzione” dice Cameron Kasky, uno degli studenti sopravvissuti della scuola di Parkland in Florida. La folla fischia i politici che scorrono su un video che sintetizza in pochi minuti la storia delle sparatorie di massa dove le loro voci che assicurano preghiere, vicinanza e chiedono tempo per discutere le leggi sulle armi coprono le immagini di genitori in lacrime, ragazzi in fuga, bare coperte di fiori. Il silenzio cala quando Cameron legge i 17 nomi delle vittime e tutti si raccolgono trasformando Pennsylvania Avenue in un memoriale. “Abbiamo cominciato il cambiamento e non si finisce con questa marcia, va cambiata la legge e chi non rappresenta le persone non ha diritto di chiamarsi rappresentante del popolo”, conclude Cameron. Dopo di lui, uno studente di Chicago elenca il numero delle vittime di violenza nei luoghi pubblici e in famiglia: solo 170mila sono studenti.
Sul banco di accusa la National Rifle Association e i finanziamenti ai deputati. Calcolando i soldi ricevuti da un singolo senatore per la campagna elettorale, gli studenti della California hanno stimato che la loro vita vale 1 dollaro e 50 centesimi e “questo non può accadere” dichiara Allis dal palco. “Una vita non può valere così poco”.